Cloudflare vs AGCOM: il banco di prova della sovranità digitale europea
Nel lavoro quotidiano in DcP il contrasto alle violazioni digitali non è solo una questione teorica, ma una sfida concreta che si manifesta soprattutto in occasione di grandi eventi catalizzatori come le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026. In questi contesti, la pirateria online – streaming illegale, IPTV (la trasmissione non autorizzata di contenuti audiovisivi tratti dai broadcaster che ne hanno pagato i diritti), i cosiddetti siti mirror illegali – raggiunge livelli critici, e la tutela ex post risulta inefficace: il danno economico e reputazionale è infatti immediato e spesso irreversibile. La protezione dei diritti digitali diventa quindi un interesse pubblico, e risulta fondamentale per il successo e la credibilità dell’evento. A questi fenomeni si affiancano le violazioni dei marchi, che si concretizzano nell’offerta di merchandising falso, nella diffusione di prodotti contraffatti e nello sfruttamento illecito dei marchi e della notorietà dell’evento per attività di scam o phishing. Queste pratiche non solo ledono i titolari dei diritti, ma mettono a rischio la fiducia del pubblico e la sicurezza degli utenti, amplificando il danno economico e reputazionale e rendendo ancora più urgente la necessità di strumenti di tutela efficaci e di una collaborazione attiva tra istituzioni e infrastrutture digitali.
La recente risposta di Cloudflare alla sanzione inflitta da AGCOM ha reso ancora più evidente la fragilità del sistema: il provider ha minacciato non solo di uscire dal mercato italiano, ma soprattutto di togliere i servizi di cybersecurity per Milano-Cortina, dichiarando che avrebbe informato il CIO. La lunga expertise di DcP permette di evidenziare i nodi fondamentali di cui il Comitato Olimpico Internazionale dovrebbe essere a conoscenza: se il provider da un lato offre uno scudo contro gli attacchi informatici, dall’altro tuttavia non garantisce una collaborazione pronta e concreta contro le minacce alle proprietà intellettuale, né risponde efficacemente alle segnalazioni degli aventi diritto o alle richieste delle autorità – si veda questa sentenza, mai rispettata.
Questa situazione mette in luce una criticità che chi opera nel settore conosce bene: la difficoltà di ottenere collaborazione da parte di infrastrutture tecnologiche globali. Quando un provider rifiuta di cooperare con le autorità, le istituzioni – e chi come DcP lavora per tutelare i diritti digitali – si trovano prive di strumenti efficaci: gli ordini formali e le richieste di intervento spesso infatti non producono effetti concreti, lasciando un vuoto di protezione che danneggia non solo i titolari dei diritti, ma l’intero sistema.
Non tutti gli operatori del settore si sottraggono, fortunatamente, alle proprie responsabilità. La posizione di Tom Leighton, CEO di Akamai, dimostra che la lotta alla pirateria online è una questione industriale che richiede misure proporzionate e collaborazione attiva con le autorità. Le infrastrutture digitali sono in una posizione unica per contribuire concretamente al contrasto delle violazioni, e l’enforcement non è un’imposizione ideologica, ma una responsabilità di mercato riconosciuta dagli operatori globali. Accettare provider che non rispettano le normative comporta diversi rischi di distorsione del mercato come la concorrenza sleale. I provider che non rispettano le regole possono offrire servizi a condizioni più vantaggiose, eludendo costi e responsabilità legate alla compliance. Questo penalizza gli operatori che investono in procedure, tecnologie e personale per garantire il rispetto delle normative, creando una disparità competitiva.
Il Digital Services Act europeo nasce proprio per affrontare questa asimmetria: pur non imponendo obblighi generali di sorveglianza, il regolamento rafforza gli obblighi di cooperazione a fronte di ordini legittimi, riconoscendo che l’efficacia dell’intervento è essenziale, soprattutto nei contesti live. È nell’alveo di questa disposizione che la sanzione AGCOM va letta come reazione all’inefficacia dell’azione pubblica, e non come atto censorio.
E così le prossime Olimpiadi Milano-Cortina rappresentano il grande banco di prova della sovranità digitale europea: da un lato, un evento globale sostenuto da investimenti pubblici e privati; dall’altro, infrastrutture tecnologiche che rivendicano autonomia totale. La vera questione è se le istituzioni europee – e chi come DcP lavora per la tutela dei diritti digitali – possano restare prive di strumenti effettivi per proteggere i propri diritti. Senza cooperazione infrastrutturale non esiste tutela effettiva, e la sovranità digitale rischia di restare una dichiarazione di principio, non una realtà operativa.
In definitiva, affrontare ogni giorno il contrasto alle violazioni digitali è una sfida complessa, che si impernia innanzitutto sulla necessità di ottenere collaborazione concreta dalle infrastrutture globali – spesso con esiti fallaci. Servono strumenti operativi, regole chiare e responsabilità condivise: solo così la tutela dei diritti digitali può diventare una realtà, soprattutto nei momenti in cui la discussione pubblica ruota attorno a questi temi tecnici ma vitali per la sicurezza globale.

